
«Mi hanno detto di fare la tecar». È una frase che sentiamo spesso, e quasi sempre arriva senza che nessuno abbia spiegato che cosa faccia la tecar, perché quella e non un'altra, e per quanto tempo. Le tre terapie strumentali più diffuse in fisioterapia — tecarterapia, laserterapia e onde d'urto — hanno meccanismi completamente diversi e indicazioni che si sovrappongono solo in parte.
Vale la pena capire la differenza, se non altro per poter fare domande migliori a chi le propone.
Tecarterapia: calore che nasce dentro
La tecar genera nel tessuto una corrente ad alta frequenza che mette in movimento le cariche elettriche già presenti nell'organismo. Il risultato è calore prodotto all'interno del tessuto, non appoggiato dall'esterno.
Serve quando l'obiettivo è aumentare la temperatura e la circolazione locale in profondità: contratture, rigidità, tessuti poco elastici, esiti di trauma nella fase in cui l'infiammazione acuta è passata. È una terapia confortevole, che la maggior parte delle persone descrive come piacevole.
Il suo limite è che il beneficio, da solo, dura poco. La tecar migliora le condizioni del tessuto, ma se il gesto che ha causato il problema resta invariato, la contrattura torna. È uno strumento di preparazione, non un trattamento definitivo.
Laserterapia: energia luminosa e controllo del dolore
Il laser porta nel tessuto energia luminosa che viene assorbita a livello cellulare, innescando quella che la letteratura chiama fotobiomodulazione. Gli effetti che interessano nella pratica sono la riduzione del dolore e dell'infiammazione locale.
Il suo vantaggio più concreto è pratico più che teorico: si può applicare anche quando il dolore è alto e il paziente non tollera di essere toccato o mosso. Nelle prime fasi di una tendinopatia acuta o di una borsite, il laser permette di abbassare il dolore quanto basta per iniziare a lavorare.
Anche qui vale un limite: il laser non ricostruisce un tendine degenerato. Crea una finestra, e quella finestra va usata.
Onde d'urto: sollecitazione meccanica sui tendini cronici
Le onde d'urto sono la più diversa delle tre. Non producono calore né luce: sono impulsi acustici meccanici che sollecitano il tessuto in modo controllato, stimolando una risposta riparativa e, nel caso delle calcificazioni, frammentando progressivamente il deposito di calcio.
Sono lo strumento con le prove di efficacia più solide tra i tre, ma in un ambito preciso: le tendinopatie croniche. Tendinopatia calcifica della spalla, fascite plantare, epicondilite, tendinopatia rotulea e achillea. Su un dolore comparso tre giorni fa o su una contrattura muscolare non hanno senso.
Sono anche le più fastidiose da tollerare, e il ciclo è breve: tre-cinque sedute a distanza di una settimana, con risultati che spesso si manifestano nelle settimane successive alla fine del ciclo.
Come si sceglie
La domanda giusta non è «qual è la terapia migliore» ma «qual è il problema». Il criterio, semplificando molto, è questo: se il tessuto è rigido e serve prepararlo al movimento, la tecar è la scelta naturale; se il dolore è alto e impedisce di iniziare, il laser è quello che tollera meglio; se c'è un tendine che fa male da mesi e non risponde più a nulla, le onde d'urto sono l'opzione con il maggior supporto scientifico.
Nella pratica, spesso, si combinano: laser nelle prime sedute per abbassare il dolore, tecar quando si può cominciare a lavorare sul tessuto, onde d'urto se il quadro è cronico e resistente.
La parte che nessuna macchina può fare
C'è un punto su cui vale la pena essere espliciti. Nessuna di queste tre terapie, da sola, risolve un problema muscolo-scheletrico. Tutte e tre agiscono sul tessuto e sul dolore, nessuna viene utilizzata con l'obiettivo di incidere sui fattori che alimentano il disturbo: la forza che manca, il movimento che non c'è, il carico che il tessuto non tollera più.
Un ciclo di dieci sedute di terapia strumentale senza un solo esercizio è un investimento di tempo e denaro che, nella maggior parte dei casi, produce un sollievo temporaneo. È per questo che da noi la terapia strumentale occupa la prima parte della seduta e la seconda parte è sempre lavoro attivo.
Nota. Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione professionale. Se ha un disturbo in corso, la cosa più utile è farlo valutare da un fisioterapista o dal suo medico.



