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Via Risorgimento 167/A, Ca' Rainati di San Zenone degli Ezzelini (TV) Lun–Ven 8:30–19:30

Il lavoro attivo

Esercizio terapeutico

È la parte del percorso con le prove di efficacia più solide, ed è anche quella che nessuna apparecchiatura può sostituire. Il tessuto si adatta al carico che riceve: l'esercizio è il modo in cui glielo somministriamo con criterio.

Riabilitazione in palestra

Perché l'esercizio non è la parte facoltativa

Nella percezione comune la fisioterapia è quello che il fisioterapista fa al paziente: le mani, la macchina, il lettino. L'esercizio arriva dopo, quando va meglio, ed è la parte che si salta volentieri se si ha poco tempo.

La ricerca degli ultimi vent'anni dice l'opposto. Nella lombalgia aspecifica, nelle tendinopatie, nell'artrosi di ginocchio e di anca l'esercizio terapeutico è l'intervento con il supporto più solido, e in diverse di queste condizioni è raccomandato come prima scelta dalle linee guida internazionali. Non perché rinforzi genericamente, ma perché il tessuto biologico si adatta al carico che riceve: un tendine caricato in modo progressivo diventa più tollerante, un muscolo che torna a lavorare ricomincia a proteggere l'articolazione, un sistema di controllo che viene allenato smette di reagire con la rigidità.

Quello che la terapia manuale e le apparecchiature fanno è aprire la finestra in cui l'esercizio diventa possibile. Abbassano il dolore abbastanza da permettere il movimento. Se in quella finestra non si costruisce nulla, il dolore torna, ed è la ragione per cui molte persone arrivano da noi dicendo di aver già fatto dieci sedute di qualcosa senza risultati duraturi.

Come lo dosiamo

Un esercizio è una dose, esattamente come un farmaco. Cambiano il carico, il numero di ripetizioni, la velocità di esecuzione, il tempo sotto tensione e i giorni di recupero, e cambiando quei parametri lo stesso movimento può essere inutile, utile o eccessivo.

La valutazione iniziale serve anche a questo: stabilire da dove si parte. Misuriamo quello che si può misurare — quanti gradi di movimento, quanto peso, quante ripetizioni, quanto dolore durante e dopo — e da lì costruiamo la progressione. Alla rivalutazione si confrontano i numeri, non le impressioni.

Una regola che spieghiamo sempre riguarda il dolore durante l'esercizio: nelle condizioni croniche un fastidio moderato che si esaurisce entro poche ore non è un segnale di danno e non è un motivo per fermarsi. Un dolore che aumenta nella notte o che è ancora più forte il giorno dopo indica invece che la dose era troppo alta e va corretta. Le lasciamo questo criterio scritto, perché è quello che le permette di gestirsi da sola.

Dove si svolge e cosa le chiediamo

Il lavoro si svolge nella palestra riabilitativa del centro, con il fisioterapista accanto, almeno finché l'esecuzione non è corretta e sicura. Nessun esercizio viene consegnato su un foglio senza essere stato provato insieme.

A casa le chiediamo poco ma con costanza: pochi esercizi, spiegati, con un obiettivo dichiarato per ciascuno. Un programma da quaranta minuti che nessuno esegue vale meno di uno da otto minuti che viene fatto tutti i giorni, e noi preferiamo il secondo.

La parte più difficile del nostro lavoro non è scegliere gli esercizi: è farli diventare un'abitudine che sopravvive alla fine del percorso. Per questo il programma viene sfoltito man mano, fino a lasciarle solo quello che le serve davvero per mantenere il risultato.

Quando la usiamo

Queste sono le situazioni in cui la esercizio terapeutico entra più spesso nel percorso. Non è un elenco di garanzie: è l'indicazione dei quadri in cui, dopo la valutazione, può essere una scelta sensata.

  • Lombalgia e cervicalgia aspecifiche, soprattutto se ricorrenti
  • Tendinopatie di spalla, gomito, ginocchio e tendine d'Achille
  • Artrosi di ginocchio e di anca, anche in attesa di intervento
  • Recupero dopo trauma, immobilizzazione o intervento chirurgico
  • Instabilità articolare e distorsioni ripetute
  • Perdita di forza e di equilibrio legata all'età

Quando non si può fare

Alcune condizioni rendono questa terapia non indicata o richiedono precauzioni particolari. Le raccogliamo sempre in fase di valutazione, ma è utile che ce le segnali fin dal primo contatto.

Controindicazioni principali

  • Fratture non consolidate o lesioni acute in fase di protezione
  • Segni di allarme non ancora inquadrati da un medico
  • Condizioni cardiovascolari instabili, che richiedono il via libera del cardiologo
  • Stati febbrili o infiammatori sistemici in atto

L'elenco non è esaustivo. La valutazione individuale resta l'unico modo per stabilire se la terapia è indicata nel suo caso specifico.

Domande frequenti

Non basta fare palestra o nuoto?

L'attività fisica generale fa bene e la incoraggiamo, ma non è la stessa cosa. L'esercizio terapeutico è selezionato sul suo problema, dosato sul suo livello di partenza e progredito in base a come risponde. Nuotare con una cuffia dei rotatori irritata può peggiorare il quadro; lo stesso tempo speso su una progressione mirata di solito lo migliora.

Quanto tempo serve per vedere qualcosa?

Dipende dal tessuto. Sul controllo del movimento e sulla mobilità qualcosa si vede nel giro di due o tre settimane. Sulla forza servono almeno sei settimane, perché è il tempo minimo di adattamento del muscolo, e su un tendine cronico si ragiona su tre o quattro mesi. È un'informazione scomoda ma preferiamo darla all'inizio.

Se l'esercizio mi fa male vuol dire che sto peggiorando?

Non necessariamente, e anzi in molte condizioni croniche un fastidio contenuto durante l'esecuzione è accettabile. Il criterio che le diamo è la risposta a distanza: se entro poche ore torna al livello di prima, la dose va bene; se resta più alto il giorno seguente, la dose era eccessiva e la riduciamo.

Non è sicuro che sia la terapia giusta?

È esattamente la domanda a cui serve rispondere prima di iniziare. La prima visita esiste per questo: capire il problema e proporre il percorso più sensato, che a volte è diverso da quello che si immaginava.

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